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27/06/2010 : Gods Of Metal - Day 3 (Collegno, TO)
  Inserito il Sun 04 Jul 2010 by aqualunaedreams (138 Letture)
27/06/2010 : Gods Of Metal - Day 3 (Parco Della Certosa Reale - Collegno, TO)

Live report Gods Of Metal 2010 - Collegno, Torino

Stage 1
Motorhead
Bullet for my Valentine
Cannibal Corpse
U.D.O.
Saxon
Devin Townsend Project
Labyrinth
Sabaton

Stage 2
Soulfly
Van Canto
Anvil

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Sorpresi di vedere un gruppetto (già festante) di persone sotto il palco a quest’ora di domenica, ad aprire la terza giornata del Gods Of Metal sono i SABATON. Classici che più classici non si può, gli svedesi propongono un’esibizione compatta, rapida e senza molte pause. Le uniche che si concedono sono quelle che il cantante Joakim Broden dedica a cercare di capire come facciano i kids accorsi ad essere cosi svegli e recettivi dopo l’immaginabile sbronza della sera precedente, intrattenendo la platea con la sua genuina simpatia. Pezzi come “Coat Of Arms”, “Saboteurs”, ma soprattutto “Primo Victoria”, scaldano a dovere un ambiente già centroafricano, fino alla chiusura affidata a “Metal Machine”, che mette fine ad un buon concerto e ad un buon inizio di giornata.

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Accolti da una freddezza eccessiva, sono i LABYRINTH la seconda band in programma. Partiti azzoppati da una resa sonora pessima e da problemi al microfono di Roberto Tiranti che non fanno sentire buona parte della prima canzone in scaletta, i toscani probabilmente soffrono la posizione in giornata, offrendo una prestazione non molto convincente. Proponendo unicamente cinque brani, i power metallers nostrani non hanno neanche il tempo di mettere in mostra il meglio di loro stessi, nonostante l’esibizione dei cavalli di battaglia “In The Shade” e “Moonlight”, che si dimostrano brani degni di una grande band un po’ svogliata per il caldo e per la poca affluenza.

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In un Gods Of Metal che il giorno precedente ha visto un aborto come i Lordi nel ruolo di headliners, vedere DEVIN TOWNSEND ed il suo progetto solista relegati a suonare all’una non è purtroppo una sorpresa. Indiscusso folle genio, il canadese fornisce una prestazione memorabile, sia dal punto di vista prettamente musicale che da quello del coinvolgimento della platea. Presentatosi on stage completamente rasato a zero (operazione svolta dietro un amplificatore cinque minuti prima dell’inizio del concerto), Devin attacca subito una terremotante “Addicted”, che col suo andamento marziale e martellante scatena l’headbanging delle prime file. Animale da palco come pochi visti in questa rassegna, Townsend ha il completo controllo della situazione e alcuni siparietti col pubblico sono da menzione obbligatoria: dapprima divide idealmente in due gli astanti in (e lascio a voi la traduzione) “You guys rulez!" e "You suck cock!”, poi se ne esce in frasi del tipo “Are you nerd? I'm a nerd! We're canadian fucking nerd-core”, per concludere con la meravigliosa “It’s cool to say I love war and hate… But I love also cats!”. Ma, oltre ad una comicità rara per artisti di questo genere, ovviamente, c'è anche la musica, e le splendide riproposizioni di “Kingdom” ma soprattutto della magistrale “Deadhead” sono il picco del breve show della band. A chiudere ci pensa “By Your Command”, la quale, tratta da “Ziltoid The Omniscient”,vede l’ospitata on stage della maschera dell’alieno presente sulla copertina del cd, indossata da uno dei roadies. Solo i mostri sacri che li seguono fanno meglio di loro in tutta la giornata, ma resta il trionfo di un artista geniale ed eclettico, certamente sprecato all’ora di pranzo.

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L’inaugurazione del palco B di questa giornata è compito di una band dalla carriera trentennale, gli ANVIL. I canadesi che, almeno per la loro storia, meriterebbero obiettivamente una collocazione logistica migliore, propongono uno show molto classico e senza trovate particolari per attirare l’attenzione. Musicalmente rimasto ancorato indissolubilmente agli anni ’80, il trio presenta un set adrenalinico al punto giusto, riuscendo ad intrattenere adeguatamente la piccola folla riunita sui pochi metri quadri di cemento davanti al palco. Una prestazione senza infamia e senza lode, piacevole ma che non verrà ricordata certamente negli annali.

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A differenza dei giorni scorsi, sono due i concerti consecutivi sul palco B in questa terza giornata, e dopo gli Anvil è il turno dei VAN CANTO. Sostanzialmente inutili, veramente non si è compreso per quale motivo fossero presenti a Torino. Per chi non lo sapesse, stiamo parlando di una band con un solo musicista vero e proprio alla batteria e con quattro cantanti impegnati a sovrapporre le proprie voci o a simulare gli strumenti che in realtà mancano. Manco a dirlo, il risultato è ridicolo, ma forse lo è di più l’esaltazione dei molti sotto il palco, in estasi nel sentire una “Master Of Puppets” o una “Kings Of Metal” riproposte in quella maniera. Da aggiungere non resta molto altro.

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Ritornati sul palco principale, tocca al classic metal a farla da padrone, con i SAXON prima e gli U.D.O. dopo. In questa ipotetica sfida tra vecchie glorie, è certamente Udo Dirkschneider con la sua band ad avere la meglio. I Saxon, infatti, pur con una prestazione degna della loro fama, sono oscurati dalla grinta e dal feeling esagerato dei tedeschi, che sicuramente appaiono come la miglior band del loro genere dell’intera manifestazione. Se infatti Biff Byford e compagni, incentrando la loro scaletta su brani classici come “Heavy Metal Thunder”, “Denim And Leather” (con dedica speciale al compianto Ronnie James Dio) e “Princess Of The Night”, ma anche su brani più recenti come “Live To Rock”, impressionano notevolmente mantenendo invariata una carica che sembra averli riportati indietro di vent’anni, per quanto riguarda gli U.D.O. a trionfare è l’old school puro, con le classiche “Animal House” e “Man And Machine” e con la riproposizione di due leggendarie songs degli Accept come “Metal Heart” e “Balls To The Walls”. Nonostante l’età, il piccolo cantante teutonico dà il meglio di sé on stage, non facendo rimpiangere i tempi in cui girava il mondo con gli Accept. Il pubblico dalla sua partecipa alla grande alla loro esibizione, applaudendo convintamente dopo l’ultimo brano.

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Dopo una scorpacciata del genere di cavalcate in mid tempo, voci alte e sinfoniche, motociclette e catene, il cielo su Torino sembra essersi improvvisamente oscurato con il momento dei CANNIBAL CORPSE. Indiscutibilmente una delle leggende del death metal a stelle e strisce, George “Corpsegrinder” Fisher e compagni mettono a ferro e fuoco il pit, sputando in faccia all’audience una quantità industriale di violenza gratuita e brutale. Aiutati da una scaletta pressoché perfetta, i floridiani si aggiudicano senza dubbio la palma di act migliore della giornata. Velocissimi, ipertecnici, precisi come chirurghi (o macellai?) e trascinati dalla potenza vocale del loro corpulento cantante, i Corpse architettano uno spettacolo spaccaossa, che si traduce in un pogo pericolosissimo. Punti focali dell’esibizione del quintetto senza dubbio la mastodontica “Make Them Suffer”, la velocissima “Devoured By Vermin”, la classica “Skull Full Of Maggots” e la doppietta finale affidata a “Hammer Smashed Face” e a “Stripped, Raped And Strangled”, brano con il quale i nostri sono abituati a chiudere le loro esibizioni. Una vera e propria lezione di violenza, per una band ormai leggendaria.

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Suonare dopo una prova del genere dei Cannibal Corpse sarebbe difficile per tutti, nessuno escluso. Sul palco B, tuttavia, c’è la band giusta, una delle poche, soprattutto per la storia legata al proprio cantante, che può avere il giusto peso per fare da contraltare al magistrale combo statunitense. La band in questione è quella dei SOULFLY. Nonostante le molte critiche piovute addosso agli organizzatori per averli spostati sul piccolissimo palco laterale, la scelta non risulta errata, ma anzi, in uno spazio più ridotto, ma pieno fino all’orlo di gente, la potenza del combo brasiliano può scatenarsi, per un concerto di altissimo livello. Trascinati da un Max Cavalera molto carismatico e in forma, i sudamericani attaccano subito alla grande con “Blood Fire War Hate”, per poi assestare una prima mazzata mortale con l’uno-due “Prophecy/Back To The Primitive”, dove il pit inizia sempre più a prendere le sembianze dell’inferno. A seguire, dopo addirittura un accenno di “Walk” dei Pantera durante il medley “Last Of The Mohicans”/”Porrada”, è tempo di rispolverare i vecchi Sepultura, prima con il megaclassico “Refuse/Resist” (nella cui parte centrale il pogo sembra il Bronx) e poi “Attitude”, che vede dietro le pelli il figlio dello stesso Cavalera. Dopo il più grosso wall of death visto durante la tre giorni in “Unleashed”, è il momento dei saluti, e il caos scatenato dall’intro di “Jumpdafuckup” esplode completamente con l’anthemica “Eye For An Eye”, che mette fine al concerto. Un’esibizione da headliners, indubbiamente. Chissà se alla Live se ne saranno resi conto.

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Persa, come da molti, l’esibizione dei BULLET FOR MY VALENTINE, a causa di un’enorme coda allo stand dei panini, giunge presto il momento dei MOTORHEAD. Non c’è molto da dire su una band con questa storia, e quando Lemmy salendo sul palco esclama “We’re Motorhead and we play rock’n’roll” la festa può iniziare. Con un pubblico che finalmente riempie tutto lo spazio a disposizione, il trio inglese parte subito alla grande con la classicissima “Iron Fist”, seguita dall’altrettanto nota “Stay Clean”. Grazie a suoni puliti e ad una certa semplicità di fondo nella struttura dei propri brani, i Motorhead, nonostante i numerosi problemi occorsi alla batteria di Mikkey Dee (che varranno il taglio di “Bomber”), hanno vita facile e bastano altre pietre miliari dell'hard’n’heavy come “Killed By Death” e “Over The Top” a scatenare veri e propri cori da stadio. Ma il meglio, come prevedibile, deve ancora arrivare. E', infatti, il bis il climax del concerto, e arrivavano in un attimo “Ace Of Spades” e l’immortale “Overkill” a mettere la parola fine ad un’esibizione davvero degna di una delle band più importanti di questo genere.
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