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25/06/2010 : Gods Of Metal - Day 1 (Collegno, TO)
  Inserito il Sun 04 Jul 2010 by aqualunaedreams (177 Letture)
25/06/2010 : Gods Of Metal - Day 1 (Parco Della Certosa Reale - Collegno, TO)

Live report Gods Of Metal 2010 - Collegno, Torino

Stage 1
Killswitch Engage
DevilDriver
Fear Factory
As I Lay Dying
Atreyu
Job for a Cowboy
Unearth
36 Crazyfists

Stage 2
Amphitrium
Dragonia
Death Army

Prevista da molti come la peggiore edizione di tutti i tempi del festival metal più importante d’Italia, il GODS OF METAL 2010 ha per certi versi rispettato i cattivi pensieri che attanagliavano le menti dei tanti metallari delusi dalle proposte della Live. Scelta come venue il parco della Certosa Reale di Collegno (To), che ha visto, per l’occasione, la presenza del consueto palco principale e di uno stage secondario nei pressi dell’ingresso, il festival si è svolto su tre giornate: la prima di chiaro stampo metalcore con i Killswitch Engage come headliners e le altre due maggiormente variegate, con Lordi e Motorhead a chiudere . Già dalla scelta delle band di punta della kermesse era chiaro il tono minore della manifestazione, con gruppi che negli anni gloriosi del festival avrebbero trovato spazio a malapena a metà pomeriggio, e l'idea di una location sì prestigiosa (nel 2007 ospitò, per fare un nome, i Deep Purple), ma dalle dimensioni contenute, faceva presagire un richiamo ridotto di pubblico, avvenimento confermatosi almeno per due giorni su tre. Se, infatti, i nomi di peso della domenica (Cannibal Corpse, Soulfly e Motorhead su tutti) sono riusciti, anche se solo a serata inoltrata, a riempire l’asfalto davanti allo stage che già ospita il Colonia Sonora, la desolazione di vedere un pit popolato da pochi intimi durante le due giornate precedenti è stato qualcosa che era difficile da aspettarsi in occasione di un evento così importante. Il resto dell’organizzazione, anche perché impegnata a gestire un numero esiguo di persone, ha funzionato tuttavia bene, consentendo ai kids accorsi di soggiornare piacevolmente tra ampie zone d’ombra ed un servizio catering vario e di buona qualità. Questo tuttavia non è riuscito ad oscurare una presenza di pubblico inadeguata per il festival, analizzabile da due punti di vista: da una parte abbiamo gli organizzatori che, evidentemente per mancanza di denaro, hanno tentato di salvarsi in corner con un’edizione che ha ricordato più il vecchio Evolution Festival o un Metalcamp di quart’ordine, e dall’altro un popolo metal che sui forum lamenta costantemente la presenza dei soliti grandi nomi nei festival (Iron Maiden, Slayer, Metallica, ecc) ma che poi, alla prova dei fatti, snobba un bill “diverso” come questo. A parziale scusante dell’audience, tuttavia, c’è da dire che le band “di seconda fascia” qui proposte non avevano l’appeal in grado di attirare l’ascoltatore in cerca del gruppo particolare che raramente cala in Italia: la conferma è giunta, ad esempio, dalla posizione in scaletta di Devin Townsend il terzo giorno, costretto a suonare una mezz'oretta abbondante sotto un sole spaccapietre.

Ciò premesso, veniamo a quanto accaduto durante la prima giornata.

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La prima band in scaletta, a temperature già africane, è quella dei metalcorers statunitensi 36 CRAZYFISTS. Nati come nu metal band, i quattro di Kenai sono saliti presto sul carrozzone metalcore, divenendone una delle punte di diamante per quanto riguarda il lato più melodico e commerciale. Nonostante nessun picco elevato di coinvolgimento o brani particolarmente riusciti, Brock Lindow e compagni si comportano degnamente, sciorinando uno spettacolo breve ma piacevole e d’impatto. Le poche centinaia di ragazzi presenti sotto il palco apprezzano l’operato della band dell’Alaska, e l’esecuzione di classici come “At The End Of August” e “The Heart And The Shape” riesce a far roteare parecchie teste. Un buon concerto il loro, non eccezionale ma qualitativamente meritevole.

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Introdotti da un gesto di una pacchianeria allucinante come il risuonare di “The Final Countdown”, gli UNEARTH prendono con sicurezza possesso del palco, mettendo in piedi uno show spietato e diretto, degno di una delle band metalcore più quotate a livello internazionale. Grazie a brani continuamente infarciti di breakdowns e ad una presenza scenica certamente non da principianti, il quintetto nord-americano svolge il suo compito ottimamente, concentrando nel poco tempo a disposizione grande energia e ottimi brani come “My Will Be Done”, “Sanctity Of Brothers” e la conclusiva “Black Hearts Now Reign”. I primi accenni di violent dance e circle pits danno la misura dell’apprezzamento degli astanti, cotti da un sole inclemente ma non per questo poco partecipi.

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Ad inaugurare il secondo palco sono i milanesi DEATH ARMY. Sconosciuto ai più, il sestetto meneghino non riesce a convincere la sparuta presenza di persone che assistono al loro show, risultando banali e privi di idee. I venti minuti a disposizione del combo volano via senza sussulti e il loro folk/gothic non attrae eccessivamente l’attenzione, ma anzi consente ai reduci dal concerto precedente di prendersi una pausa aspettando i JOB FOR A COWBOY, attesi da lì a poco sul main stage...

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... E sono proprio i deathcorers provenienti dall’Arizona la prima delusione del palco principale. Supportati male da suoni pastosi e poco definiti, gli autori del recente “Ruination” si perdono in una scaletta di scarso impatto, che non riesce in nessuna maniera ad entusiasmare un pubblico ancora più esiguo di quello che aveva seguito le performances precedenti. A tentare di salvare il salvabile arrivano due pezzi dal seminale Ep “Doom”, e cioè “Knee Deep” e la celebre “Entombment Of A Machine”, sicuramente il brano migliore e più conosciuto della band, che quantomeno fanno muovere un po’ la platea. C’è da dire che però se sei anni e due full-lenght dopo l’unica ancora di salvezza della band è questa, qualcosa deve non aver funzionato bene. Bocciati.

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La palla passa nuovamente al second stage, e anche la seconda band in programma, i DRAGONIA, non lascia il segno. Confinati in un anonimo power metal, i fiorentini tentano di arruffianarsi la platea di Collegno in tutte la maniere, ricorrendo addirittura ad una specie di pagina di annunci funebri, in cui ricordano le morti di Freddie Mercury, Michael Jackson(!!!!) e Ronnie James Dio, omaggiato con una ovvia riproposizione di “Heaven And Hell”. Nulla da dire su di loro, per il sottoscritto evitabili ed evitati.

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Di ritorno sul palco principale, scatta l’ora degli ATREYU. Stroncata (da me) su queste pagine la loro ultima prova discografica, le aspettative per il loro live non erano delle migliori. Ipermelodici e pop, il loro metalcore è quanto di più accessibile e commerciale ci sia in circolazione e la definizione di “pop-core” sembra la più adatta per quello che propongono Alex Varkatzas e soci. Ciò nonostante, i californiani dimostrano di avere un buon piglio live, proponendo uno show ampiamente sufficiente e meritevole di attenzione. Attingendo da tutti i propri lavori (con preponderanza per l’ultimo “Congregation Of The Damned”), la mezz'ora di breakdowns, voci pulite e ritornelli cantabili propinata dalla band di Orange County scorre facile facile, risultando, alla fine dei conti, un buon modo di occupare del tempo in attesa dei big che si intervalleranno successivamente.

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Il primo vero e proprio botto di giornata, tuttavia, arrivava dal palco piccolo. Sono le 16:20, infatti, quando una nutrita schiera di fan accoglie gli svizzeri AMPHITRIUM. Capitanati da un vero e proprio eroe come il cantante EvilS.A.M, il quintetto scarica sull’audience una scaletta veloce e densa, fatta di un death metal dalle chiarissime derivazioni thrash, in un impasto sonoro dalla potenza invidiabile. Da incorniciare la prestazione del suddetto singer, il quale, dotato di una potenza vocale non indifferente, tiene letteralmente in pugno il pubblico, arringandolo continuamente e lanciando a ripetizione copie dell'ultimo lavoro del gruppo, che vengono contese neanche si tratti di un inedito dei Metallica. Dopo venti minuti l’esibizione degli Amphitrium si conclude e una vera e propria ovazione li accompagna giù dal palco.

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Dopo cinque minuti di pausa all’ombra, le prime note degli AS I LAY DYING cominciano a richiamare molte persone sotto il palco. Senza dubbio tra le band più in vista del panorama metalcore, i ragazzi di San Diego partono subito forte, e “94 Hours” scatena il delirio tra i giovani fan del quintetto. Nonostante suoni ottimi ed un curriculum di tutto rispetto, l’esibizione dei californiani non entusiasma particolarmente il sottoscritto, forse anche a causa di un susseguirsi di esibizioni dello stesso genere che portano facilmente ad annoiarsi. Anche se titolari di una scaletta stellare comprendente brani come “Meaning In Tragedy” e “Forever”, la ripetitività di questo inizio di giornata li fa passare quasi inosservati. Da rivedere, magari in un contesto in cui la personalità di un gruppo comunque meritevole possa spiccare maggiormente.

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Discorso ben diverso per i FEAR FACTORY, senza alcun dubbio la band migliore della giornata. Forti di una scaletta da urlo e di uno stato di forma (leggeri cali di voce di Bell a parte) invidiabili, coadiuvati da una sezione ritmica con alla batteria sua maestà Gene Hoglan e da un’esperienza che probabilmente corrisponde a quella di tutte le altre band della giornata messe insieme, i losangelini sfornano una prestazione memorabile. Apre il concerto una rasoiata come “Mechanize”, per poi passare ad una doppietta mortifera come “Shock”/”Edgecrusher” da lasciare senza fiato. La carriera della band californiana viene omaggiata da pezzi più recenti come “Powershifter” ed il singolo “Fear Campaign”, da pezzi d’antiquariato come “Martyr” e classici come “Linchpin”, fino ad arrivare al poker finale dedicato al loro album di maggior successo, “Demanufacture”. Prima una title-track dalla potenza torrenziale e poi a seguire “Self Bias Resistor”, “Hunter Killer” e la meravigliosa “Replica”, perfetta chiusa di un concerto davvero coi fiocchi. In tanta modernità, alla fine a trionfare è la vecchia scuola, anche se probabilmente senza loro, i Meshuggah e gli Strapping Young Lad a quest’ora una giornata del genere non sarebbe stato neanche possibile organizzarla.

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Dopo una prestazione come quella di Dino Cazares e compari è veramente difficile per i DEVILDRIVER giustificare una posizione in scaletta più alta dei Fear Factory. Esattamente come detto per gli Atreyu, la band di Dez Fafara è un’altra di quelle che mi premurai di stroncare in sede di recensione, soprattutto nel caso della loro seconda prova discografica, quel “The Last Kind Words” che non convinse più di un addetto ai lavori. Anche l’ultima prova in studio degli americani, “Pray For Plagues”, ha ricevuto molte critiche negative, ma è quasi unanime l’opinione che vede i Devildriver come una grande live band. Questo sentore è stato confermato anche qui al Gods Of Metal, dove i Nostri, tra una ottima “Nothing’s Wrong”, una notevole “Clouds Over California” ed una altrettanto convincente “End Of The Line”, mettono su uno show di tutto rispetto, supportato da una grinta e da una presenza scenica del singer ex-Coal Chamber davvero sorprendenti. I numerosi circle pits che coinvolgono gran parte dell’audience durante tutta la performance testimoniano la grande presa della band sui ragazzi accorsi sotto il palco esclusivamente per loro. Insomma, una grande live band, li aspettiamo anche su disco. Speriamo non a lungo e non invano.

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E infine, intorno alle 21:30 giunge l’ora degli headliners, probabilmente la metalcore band più famosa che esista a livello mondiale, i KILLSWITCH ENGAGE. Attesi da una folla più numerosa di quanto si sia visto fino a questo momento, ma comunque ben al di sotto di qualunque altra giornata del Gods dai tempi della prima edizione, il gruppo capitanato da Howard Jones sforna una prestazione nella media, senza infamia e senza lode. Presi per mano dal funambolico chitarrista Adam Dutkiewicz (che si presenta on stage con tanto di mantello da Superman e si esibisce più volte in bevute “alla goccia” di birre che gli vengono gentilmente offerte dal backstage, fino ad arrivare, visibilmente ubriaco, a ruttare a favore di microfono), i cinque di Westfield si distinguono per la loro consueta precisione chirurgica nell'esecuzione dei brani, pur senza una personalità molto spiccata che li avrebbe fatti apprezzare anche a chi fosse stato a digiuno del loro repertorio. Ed è un vero peccato, perché l’accurata scelta dei pezzi proposti regala brani come le recenti “Starting Over”, “The Forgotten”, “Reckoning” e “Take Me Away”, le classicissime “Bid Farewell” e “My Last Serenade” o l’inno “My Curse”, fino ad arrivare all’encore, dove gli statunitensi omaggiano anch’essi il recentemente scomparso Ronnie James Dio, proponendo una riuscita e personalizzata versione della storica “Holy Diver”, tra il tripudio della folla. Insomma una buona prestazione, ma che questi ragazzi fossero gli headliners di giornata appare una esagerazione praticamente a tutti.
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